-Paolo Mereghetti risponde a Giovanni Veronesi su Ciak di Febbraio-
Nell'ultimo numero di Ciak (Gennaio), Giovanni Veronesi mi chiama in causa (con molto garbo) come l'esempio di un critico che "non scriverebbe mai bene" dei suoi film e sopratutto mi accusa di "pigliarlo troppo sul serio".
Aspettando di vedere il suo
Italians forse vale la pena di tentare una risposta. Non per polemizzare per carità, ma per cercare di ribadire le ragioni che mi portano a "prendere sul serio" chi fa cinema. Veronesi compreso.
Con una dichiarazione fin eccessiva di modestia, Veronesi si nasconde dietro l’ammissione di fare cinema “commerciale” e verrebbe da pensare che questa confessione lo dovrebbe mettere al riparo da ogni tipo di critica. Come se il cinema, fin dai tempi di Charlot e Stanio e Olio, non sia sempre stato commerciale. Chaplin ad esempio, era attento ai costi e ai ricavi dei suoi film, come lo erano, citando a caso, Hitchcock, Billy Wilder e John Ford. Sapevano benissimo che se i loro film non avessero avuto successo commerciale, avrebbero fatto molta fatica a tornare dietro la macchina da presa. Questo, però non vuol dire che facessero film brutti o sciatti, anzi…. Tant’è che la scoperta che un regista può essere anche un autore è nata proprio dall’analisi dei loro film, dalla scoperta che dietro un giallo o una commedia ci può essere tanta sapienza registica da giustificare applausi e riconoscimenti. Non è questione di scegliere un tema tragico invece che comico, o di nascondersi dietro lo scudo del “cinema commerciale”. (….)
Commerciale o d’autore, il cinema è comunque un modo di raccontare attraverso le immagini e la qualità del risultato si vede dal modo in cui quelle immagini sono usate. Se la macchina da presa dà l’impressione di seguire i personaggi perhè non sa fare altro, aspettando magari a battuta ad effetto, allora a non essere preso sul serio è direttamente il cinema. Billy Wilder non lo faceva mai, rispettava sempre il cinema (e gli spettatori) anche quando sarebbe stato facile non farlo. Come nella scena di a
A qualcuno piace caldo in cui Tony Curtis, travestito da miliardario Shell, accompagna in motoscafo Mariln Monroe sul “suo” yatch: si è riso prima sul gioco dei travestimenti, si riderà dopo con la presunta insensibilità del miliardario ai baci: quella scena poteva essere un semplice momento di passaggio, per trasferire i personaggi da terra a bordo. E invece Wilder si inventa l’ennesima gag, con Tony Curtis che non sa guidare il motoscafo e compie l’intero tragitto a marcia indietro! La scena durerà non più di due o tre secondi, la prima volta che si vede il film non se ne accorge nessuno, ma lui l’ha messa. È per questo che
A qualcuno piace caldo è un capolavoro, perché non c’è mai un momento di pausa, perché lì il cinema non va mai in vacanza. E soprattutto perché a pigliarsi sul serio era per prima cosa Billy Wilder. Non i critici!